Il testamento del dottor Mabuse (1933): il film che Goebbels voleva distruggere

Il dottor Mabuse è uno dei più noti ed iconici personaggi (e villain) cinematografici. Nasce dalla penna di Norbert Jacques e viene portato in scena per la seconda volta da Fritz Lang, che già lo aveva diretto ne Il dottor Mabuse (1992), e che proseguirà con Il diabolico dottor Mabuse (1960) e numerosi altri registi coinvolti nella saga, da Jess Franco a Hugo Fregonese. Ciò che rende sinistro il personaggio di Mabuse è, senza dubbio, il suo profilo psicologico, descritto dalla lezione di uno psichiatra in un’aula universitaria. Dopo aver sviluppato una duplice personalità (quella di un medico e quella di un criminale paranoico) il dottor Mabuse sembra aver fuso i due aspetti, venendo rinchiuso in manicomio e rimanendo in stato catatonico. In altri momenti Mabuse riempie dei fogli di appunti indecifrabili, che sembrano scritti in codice e che diventano ordini trasmessi telepaticamente ai propri uomini. Una banda di criminali, poco dopo, verrà sgominata dalla polizia ma non saprà dire precisamente chi sia il loro capo: non lo hanno mai visto, e hanno solo udito la sua voce attraverso una tenda (che si rivelerà essere una voce registrata su un grammofono). Secondo una delle chiavi di lettura più note, Mabuse rappresenta l’essenza del nazismo, mentre gli appunti che scrive e diffonde nel mondo consisterebbero nelle idee contenute nel Mein Kampf di Hitler.



Il testamento del dottor Mabuse esce a ridosso dell’avvento del nazismo in Germania, e viene bandito dal Ministro della Propaganda Goebbels per la sua natura sovversiva, e per la possibilità che “incitasse le persone a comportamenti antisociali e al terrorismo contro lo Stato“. Una prova evidente – forse la prima della storia – di come il cinema possa, a tutti gli effetti, destare le preoccupazioni del potere e dei regimi, giustificando dal loro punto di vista ogni forma di censura e di repressione. Molto è stato scritto, peraltro, su un incontro tra Goebbels e Lang, nelle quali sarebbe stato espresso apprezzamento per film come Metropolis da parte del regime e molto meno per quelli successivi, tra cui M – Il mostro di Düsseldorf (1931) e proprio Il testamento del dottor Mabuse (1933), che erano evidentemente visti come metafore sovversite e anti-naziste. Il primo in effetti descriveva un’organizzazione criminale che si sostituisce alla polizia per eliminare un serial killer, che starebbe scombinando i loro affari, mentre il secondo mostra Mabuse nella veste di un leader criminale che, in vari momenti, usa i toni di voce minacciosi che sarebbero stati tipici del regime. Goebbels aveva offerto a Lang di diventare uno dei registi ufficiali di stato, ma Lang non accettò mai, al contrario della sceneggiatrice ed ex consorte Thea von Harbou. Il legame tra “Il testamento del dottor Mabuse” e l’ascesa del Terzo Reich è uno dei capitoli più intensi, probabilmente, della storia del cinema mondiale. Il film non fu solo un’opera d’arte di grandissimo valore, ma un vero e proprio scontro ideologico tra la visione di un artista e una ideologia politica autoritaria.

La trama è divisa in diversi momenti o micro-sequenze, che evocano lo stile di un noir classico, con la presenza sinistra di Mabuse che sembra aleggiare sulla narrazione anche dopo essere dato per morto. Il senso dell’opera è chiaro: Mabuse è la personificazione assoluta del male, probabilmente inestirpabile di per sè. Tant’è che, alla fine del film, viene specificato chiaramente da uno dei personaggi che il seguito “non riguarda la giustizia terrena”. La morte di Mabuse porta il dottor Baum che lo aveva seguito ad auto-suggestionarsi (forse anche grazie all’ipnosi) e ad assumerne il ruolo, che culminerà con un celebre inseguimento finale e la cattura. Baum inizia ad avere visioni del fantasma di Mabuse che gli ordina di portare a termine il suo testamento, che consiste – senza mezzi termini – nella distruzione totale dell’ordine sociale.

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