Guida pratica (e breve) all’horror sociologico

Mi è capitato di recente di leggere un articolo sul declino degli horror sociologici: quel sottogenere di cinema horror in cui la rappresentazione della storia diventa una metafora / allegoria politico-sociale. L’argomentazione in questione mi ha lasciato perplesso, devo dire: si fa partire l’origine degli horror di questo tipo da Scappa – Get out!, che è sicuramente uno dei più recenti – ma non è esattamente il primo.



Zombi di Romero è stato forse l’horror sociologico per eccellenza, dato che i suoi morti viventi erano il simbolo della società cinica, cannibale e consumistica in cui viviamo. Ma ci sono stati registi ancora più diretti, in tal senso: Wes Craven ne “La casa nera”, ad esempio, partiva da un presupposto divisivo: la storia di un ragazzino di un ghetto povero che si fa convincere a fare un furto in una villa, al fine di trovare i soldi per curare la madre, malata di cancro.

Nella casa nera i ragazzi scoprono varie persone tenute segregate in cantina, per iniziativa di due coniugi psicopatici che manifestano simpatie estremiste e desiderio di avere dei figli perfetti. È lo scontro tra la società benestante e quella più umile, con conseguenze sostanziali per il mondo in cui viviamo e che va ben al di là della storia in sè.

Society di Brian Yuzna è stato un altro classico dell’horror sociologico, in cui un ragazzo ricco di Beverly Hills si accorge di qualcosa che non va nel contesto in cui vive. Arriva al punto di scoprire che la totalità dei suoi contatti, dietro l’apparenza impeccabile dei party di lusso e dei vestiti costosi, sono in realtà mostri deformi e feroci cannibali. In tempi più recenti citerei tra gli horror sociologici l’ottimo The substance e il sottovalutato The divide.

Il punto a mio parere è duplice: da un lato l’horror è interamente sociologico, anche quando presenta mostri che sbucano dal nulla e invadono la quotidianità. In un certo senso è quello che succede quando scopriamo, ancora scossi dal trauma post Covid, scrollando le notizie sul telefono, che attorno a noi dominano la violenza cieca e insentata della guerra.

Pensiamo alla saga di Terrifier (fin dal primissimo episodio), che si limita a mostrare le efferatezze di un clown assassino senza raccontarne l’antefatto o spiegarne le motivazioni (come avveniva, ad esempio, per Pennywise di IT). È un horror apparentemente banale e senza trama, ma potrebbe (penso) avere una chiave interpretativa legata al desiderio di affrontare ed esorcizzare il dolore di ogni giorno.

Difficilmente potrebbe esistere un altro tipo di cinema in grado di raccontare la violenza in modo così diretto e incisivo, senza peccare di didascalia e – soprattutto – senza intenti moralistici. È quello che molti registi, a cominciare da Quentin Tarantino, hanno sempre fatto: l’intento non è mai di giustificare o “dare l’esempio”, semmai è quello di rappresentare e – se il film è ben fatto – lasciare uno spunto di riflessione.

Da un secondo punto di vista, secondo me, viviamo tempi in cui troppe persone tendono a rigettare le istanze sociali in ogni caso, non solo nel cinema: è facile accorgersene ogni volta che viene proposto un remake di una qualche opera in cui, ad esempio, i Ghostbusters diventano donne o le eroine Disney cambiano colore della pelle. I social in questo non sono l’unico termometro, perché c’è il mondo delle reazioni reali (che per fortuna racconta ancora qualcosa di diverso), ma i primi rimangono indicativi di un atteggiamento tendenzialmente nichilista e distruttivo nei confronti delle istanze sociologiche. Non importa che sia horror o meno: in quel caso è la narrazione “sovversiva” il problema.

È anche quello che mi è capitato di constatare discutendo con alcune persone di The substance, che oltre ad essere un horror sul mondo delle apparenze / star system è un horror sul corpo delle donne e sulle questioni di genere. È un film particolarmente potente, per quanto pesantissimo dal punto di vista visivo, perché fa vedere questa donna che ringiovanisce nel corpo di un’altra, proprio perché non accetta il suo naturale invecchiamento. Non lo accetta anche perché il mondo in cui lavora (da attrice di spot pubblicitari) è un mondo rappresentato in via esclusiva da maschi, il quale esige che la donna si mantenga rigorosamente bella, vertiginosamente attraente, obbligatoriamente sensuale. Per risolvere il problema, la protagonista ricorre ad un siero che la fa ringiovanire, il che vorrà dire “vestirsi” della pelle di una donna più giovane, applicando il trattamento ogni tot per poter mantenere l’illusione.

Alcune persone con cui ne ho parlato, sia pure apprezzando l’horror in sé, non riuscivano a prendere atto del potenziale politico del film, arrivando a negarne i contenuti o a banalizzarli. La banalizzazione della sostanza è uno degli argomenti più diffusi che caratterizza i detrattori dell’horror, del resto, e questa cosa si acutizza quando si dibatte di horror sociologici.

Ed è veramente incredibile – parere personale, s’intende – come qualsiasi altro genere di film, per quanto ben realizzato, non abbia lo stesso potenziale sovversivo di un horror. L’horror guarda in faccia il terrore, lo sgradevole, l’inconfessabile, lo fa per definizione: ti obbliga a prendere posizione, a differenza di quanto farebbe – cito a campione – un film di Paola Cortellesi o uno di Elio Petri, nei quali i problemi sociali vengono posti vigorosamente, s’intende, ma il pubblico può far finta di ignorarli con più facilità.

Il problema è anche che viviamo in tempi molto incerti, in cui le persone rimpiangono una età dell’oro mitologica: quella in cui guardavano film Disney in VHS senza pensieri, un mito alimentato dalle pubblicità dei prodotti vintage, in effetti.

Ecco perché sono dell’idea che sia limitativo parlare di rigetto per gli horror sociologici: il discorso del rifiuto e della negazione andrebbe espanso all’intera società civile. Razzismo, problemi economici, questioni di genere, disparità sociali, capitalismo inteso come religione e unica alternativa, rimpianto per i “bei tempi” che evochiamo – senza rendercene conto – facendo cherry picking tra i ricordi gradevoli dell’infanzia.

Il rigetto è reazionario – e soprattutto è generico: l’horror ha solo il merito (se possiamo parlare di merito) di far emergere la cosa in modo più netto. Bisognerebbe interrogarsi sul perché, oggi, ci troviamo tutti a combattere ciò che Deleuze e Guattari (nel saggio Millepiani) chiamavano “il fascista cristallizzato dentro ognuno di noi”: quello che risiede nei nostri giudizi sommari, nella nostra intolleranza al cambiamento e all’innovazione, nella fissazione della ricerca di un complotto, sempre e comunque.

Il vero horror (sociologico), del resto, non ha intenti moralistici, non è cinema ideologico come potrebbe esserlo quello ufficializzato dai regimi totalitari: è anarchico e incontrollabile fin dal suo concepimento. CI sono horror scadenti e di qualità, s’intende, e alcuni commettono errori imperdonabili (ad esempio indugiano sul puro intrattenimento, oppure rischiano di farci addirittura compiacere della violenza fine a se stessa). Ma in linea di massima nessuno di essi ha la pretesa di esprimere qualcosa di diverso da un punto di vista, a ben vedere.

Negli horror non esistono eroi prevedibili, il sangue sgorga senza censura, i protagonisti muoiono in maniera inaspettata, i finali rassicuranti sono quasi sempre banditi. Sarebbe difficile far rientrare tutto questo in un cinema ideologico o – peggio ancora – didascalico.

Ma il merito principale di questi film è proprio quello di ricordarci di una realtà inconfessabile, il mondo dell’Ombra che guardiamo malvolentieri (per dirla con Jung) e anche se non apprezziamo il genere possiamo provare, ogni tanto, a farci i conti.


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