L’ultima casa a sinistra come sabotaggio della morale borghese

L’ultima casa a sinistra (1972) non è solo l’esordio brutale di Wes Craven, ma un cortocircuito storico tra controcultura, collasso dell’immaginario liberale e pornografia della violenza come dispositivo politico. Girato con mezzi minimi, attori spesso non professionisti e uno stile quasi documentaristico — scelta dettata tanto dal budget ridicolo quanto dalla volontà di spingere lo spettatore fuori dalla comfort zone della finzione — il film si presenta come un oggetto sporco, instabile, volutamente non digeribile. Non a caso Craven si ispira dichiaratamente a La fontana della vergine di Bergman, ma ne accelera la traiettoria fino alla perdita di ogni residuo metafisico: niente redenzione, niente trascendenza, solo violenza che si replica come un algoritmo fuori controllo.



La storia di Mari Collingwood e Phyllis Stone — rapite, torturate e infine annientate da un gruppo di criminali che sembrano emergere direttamente dal sottosuolo sociale post-Vietnam — è meno un racconto di exploitation che una radiografia del fallimento dello Stato, della famiglia e della morale borghese. Quando i genitori si imbattono casualmente negli assassini e decidono di restituire l’orrore ricevuto, Craven non costruisce una catarsi, ma un loop: la vendetta non ristabilisce l’ordine, lo dissolve definitivamente. La celebre castrazione simbolica finale non è solo punizione, ma sabotaggio della potenza maschile come principio organizzatore del mondo: togliere la capacità di generare, dominare, perpetuare.

I trivia raccontano di un film mutilato dalla censura, rimaneggiato più volte, accompagnato da una colonna sonora straniante che contrasta deliberatamente con le immagini — un errore apparente che diventa gesto politico. È come se Craven, ancora inconsapevole teorico dell’accelerazionismo, avesse intuito che l’unico modo per smascherare la violenza sistemica fosse spingerla oltre il punto di tolleranza, fino a renderla insostenibile anche per chi la consuma quotidianamente sotto forma di intrattenimento.

Se uscisse oggi, L’ultima casa a sinistra non sarebbe semplicemente “controverso”: verrebbe sezionato, metabolizzato, trasformato in contenuto. Nel 1972, invece, era un virus. Un film che non chiede di essere compreso, ma di essere attraversato. E Craven, qui più che mai, dimostra di aver visto lungo: non l’horror come genere, ma come infrastruttura ideologica del reale.


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